
Palermo 3, 4 e 5 luglio 2026
ore 18:00
Tonnara Florio
discesa Tonnara 4/B
quartiere Arenella

La Macchina dei Sogni
Racconti di Mare
43esima edizione
direzione artistica Mimmo Cuticchio
ideazione scenica, cunto e regia Mimmo Cuticchio
assistente alla regia e coordinamento artisti Sara Cuticchio
Cunto Mimmo Cuticchio
pupari Giacomo Cuticchio, Giuseppe Graffeo, Tania Giordano
aiutante di palcoscenico: Heidi Mancino
danzatrice Floriana Patti
rituale antica danza delle spade
Gruppo storico Tataratà di Casteltermini
scene e costumi Tania Giordano
musiche di scena Giacomo Cuticchio Ensemble
Marco Badami, violino I; Ivan Greco, violino II,
Riccardo Botta, viola; Mauro Greco, violoncello,
Nicola Mogavero, sax; Fabio Piro, trombone;
Giusy Cascio, sintetizzatore.
guide sceniche itineranti Serena Boccanegra, Santa Buttaci,
Nadia Daddi, Luca Ferracane, Gian Mauro Sales Pandolfini
fonica Cristiano Nasta
responsabile tecnico Marcello D’Agostino
riprese video Francesco Guttuso
web master / web designer Valerio Bellone
organizzazione Elisa Puleo
I pupi, i fondali e gli elementi della scenotecnica sono stati realizzati
nei laboratori dell’Associazione Figli d’Arte Cuticchio – Palermo

La 43ª edizione de “La Macchina dei Sogni” si concentra su un unico grande evento ideato e messo in scena da Mimmo Cuticchio.
Ispirato all’Eneide di Virgilio, l’evento è concepito come un mosaico con molte tessere, ciascuna delle quali contribuisce a comporre un disegno ampio e toccante, che prendendo spunto dal racconto virgiliano approfondisce temi e narrazioni dei nostri giorni. Non una semplice rappresentazione ma un’esperienza itinerante e immersiva, che intreccia spazi, parole, musiche, gesti e memorie. Nel suggestivo scenario della Tonnara Florio di Palermo, situata nell’antica borgata dell’Arenella, il pubblico sarà invitato a intraprendere un percorso fisico e simbolico, accompagnato da unanarrazione che si costruisce passo dopo passo attorno all’idea del viaggio. Il luogo, con la sua particolare architettura, la storia stratificata, il suo respiro marino intriso di lavoro e comunità, diventerà parte integrante del racconto.
Grazie all’incanto del teatro, gli spettatori saranno guidati nel cuore della storia e del mito di Enea, di cui saranno rievocate le pere grinazioni attraverso il Mediterraneo, le sue fughe, i suoi smarrimenti e le sue speranze. Il pretesto narrativo è il viaggio per mare: le tempeste, gli approdi mancati, gli incontri fatali, le perdite e le promesse che costellano il cammino dell’eroe troiano prima del suo arrivo in terra latina.
I pupi e gli artisti coinvolti si materializzeranno negli ambienti della Tonnara, apparendo tra corridoi, spazi interni ed esterni, come presenze fantasmatiche evocate dalla memoria del luogo. La narrazione prenderà il via lungo il sentiero che introduce all’atrio e si snoderà progressivamente negli spazi della Tonnara, trasformando ogni angolo in una tappa del viaggio. Il pubblico non sarà semplice spettatore, ma parte di un racconto in movimento, coinvolto in una drammaturgia che si costruirà nell’attraversamento del luogo.
I racconti prenderanno vita nelle voci del contastorie, nei gesti dei pupi e degli artisti coinvolti, in un dialogo continuo tra tradizione e ontemporaneità. Le figurazioni scenografiche restituiranno simboli e immagini profondamente intrecciati: il mare come sentiero, la nave come comunità in transito, la terra come approdo e fondazione. Ogni elemento visivo contribuirà a comporre un tessuto poetico coerente, capace di evocare e suggerire più che spiegare.
La vicenda di Enea, pur avendo oltre duemila anni di vita, si rivela sorprendentemente attuale. Il suo rapporto con il soprannaturale interroga ancora oggi il nostro bisogno di senso e di orientamento; l’amore – nelle sue forme luminose e dolorose – continua a determinare scelte e i destini; l’amicizia si conferma valore fondante; la migrazione, con il suo carico di speranza e perdita, trova nel viaggio del principe troiano un archetipo potente e universale: Enea è un profugo, un uomo sospeso tra memoria e futuro, la sua storia parla al nostro presente con forza rinnovata.
La poesia che attraversa l’Eneide, con tutte le sfumature dell’animo umano – il dubbio, la pietas, il coraggio, il senso di responsabilità verso la comunità – si offre come modello di bellezza universale, matrice di molte forme letterarie successive.
“La Macchina dei Sogni” diventa così non soltanto un evento teatrale, ma un’esperienza condivisa: un attraversamento poetico dello spazio e del tempo, un viaggio collettivo in cui mito, luogo e comunità si fondono in un’unica intensa narrazione.
Anche nella componente scenografica e figurativa dello spettacolo si manifesta con forza il dialogo tra memoria e contemporaneità che è la cifra stilistica e distintiva di questo progetto. I pupi e i fondali non appartengono infatti a un unico tempo, ma sono il risultato di una compresenza viva tra antico e nuovo, tra materia storica e creazione contemporanea.
Accanto ai personaggi realizzati appositamente per questa produzione, saranno utilizzati pupi antichi, assenti dalla scena da oltre cinquant’anni e oggi riportati alla vita teatrale attraverso un lungo lavoro di recupero, restauro e reinterpretazione. Pupi antichi che non sono stati costruiti per interpretare i personaggi dell’Eneide,
ma che provengono da altre storie, da serate “speciali”, e che per lungo tempo sono rimasti lontani dalla scena, come sospesi in una condizione di attesa. È attraverso il lavoro di Mimmo Cuticchio, di Tania Giordano e di altri collaboratori che essi trovano una nuova identità scenica: adattandoli ai ruoli dell’Eneide, il Maestro ha saputo riconoscere in ciascuno una possibilità espressiva inattesa, restituendo loro una nuova personalità.
Così, questi pupi antichi sono diventati Enea, il padre Anchise, il figlio Ascanio, la regina Didone, il re Latino, Turno, re dei Rutuli.
Pur essendo la prima volta che l’Eneide viene rappresentata nell’Opera dei Pupi, a Mimmo Cuticchio è sembrato il suo universo naturale: in quei personaggi il Maestro ha ritrovato l’universo narrativo del Teatro dei Pupi e del Cunto, quasi che il loro destino teatrale fosse rimasto silenziosamente in attesa di compiersi. Un universo narrativo che Cuticchio ha ritrovato anche negli elementi scenografici, facendo sì che alcuni fondali storici rivivano, reinterpretati, accanto a nuove soluzioni visive concepite per questo allestimento.
È nata una nuova drammaturgia dell’immagine nella quale le tracce del passato convivono con i linguaggi del presente, creando uno spazio scenico stratificato nel quale memoria e contemporaneità vivono in una dialettica continua. Tutto questo trova una profonda coerenza anche nello spazio della Tonnara, pensato come luogo site specific dello spettacolo. La Tonnara Florio, una delle realtà più affascinanti della storia industriale e marinara di Palermo, vive oggi una trasformazione profonda: non più luogo di lavoro e centro vitale della pesca e della lavorazione del tonno, ma spazio che nel tempo ha assunto una nuova identità, diventando elegante dimora neogotica capace di accogliere ospiti illustri, sovrani e personalità del suo tempo.
Come i pupi e i fondali antichi recuperati e reinterpretati, anche la Tonnara conserva nella propria architettura le tracce delle vite e delle funzioni che l’hanno attraversata negli anni. Il luogo, dunque, non fa soltanto da cornice allo spettacolo, ma ne riflette intimamente il senso: un continuo attraversamento tra passato e presente, tra memoria e reinvenzione, tra ciò che sembrava destinato a scomparire e che oggi ritrova una nuova voce.
In questa coesistenza si riflette il senso profondo dell’intero progetto: fare del teatro un luogo di attraversamento del tempo, dove personaggi, storie, materiali, figure, spazi e simboli ereditati dalla tradizione possono continuare a parlare al presente con voce rinnovata.
Associazione Figli d’Arte Cuticchio

LA DRAMMATURGIA DEI LUOGHI
di Mimmo Cuticchio
A partire dalla fine degli anni Sessanta, mio padre, avendo ormai perso il suo pubblico tradizionale – che con l’arrivo della televisione preferì restare in casa a seguire le esotiche telenovelas brasiliane – decise di aprire il suo ultimo teatrino in vicolo Ragusi. La posizione, a due passi dai Quattro Canti, avrebbe favorito l’arrivo dei turisti, ai quali l’Opera dei Pupi piaceva molto.
Finimmo col rappresentare ogni sera lo stesso spettacolo, e io spesso me ne lamentavo con mio padre. Un giorno mi disse: «Costruisciti i pupi e apri un tuo teatro, così potrai fare gli spettacoli che vuoi». Così feci. Nel 1971 cominciai a girare per le scuole e costituii la compagnia Figli d’Arte Cuticchio. Nel 1973, in via Bara all’Olivella, aprii finalmente il mio teatro, che volli chiamare “Santa Rosalia”. Bisognava confidare nell’aiuto della patrona di Palermo, perché i politici avevano ben altri ideali.
Cominciai a rappresentare il ciclo della Storia dei Paladini di Francia, all’inizio furono soltanto pochi appassionati a seguirmi.
Ma con mia grande sorpresa, vidi presto il teatrino riempirsi di bambini e ragazzi che, in mancanza di parchi-gioco e di altri servizi per l’infanzia, affollavano la sala ogni pomeriggio. E non si trattava soltanto di quelli del quartiere Olivella: grazie al passaparola cominciavano ad arrivare anche dalla Vucciria e dal Capo.
Quella gioventù partecipava con entusiasmo, e io ero felice di raccontare le storie a un pubblico così vivace. Cominciai allora a portare il mio teatrino smontabile nei paesi dell’entroterra siciliano, finché arrivarono i primi inviti fuori dalla Sicilia. Così andai a Milano, Torino, Firenze e Roma e altre città italiane.
Nel 1977, un invito dall’estero sconvolse profondamente il mio modo di fare teatro. Al Piccolo Teatro Angelo Musco di Catania stavo rappresentando L’arrivo di Angelica a Parigi e avevo inserito, come accompagnamento musicale, il sitar indiano e le musiche dei Pink Floyd.

Il giornalista dell’“Economist” John Francis Lane, presente alla manifestazione, dopo avermi intervistato, mi propose per il Festival dei “Giovani Arrabbiati” di Cardiff. Così, insieme alla mia compagnia, partimmo per una tournée nel Galles.
Gli organizzatori ci invitarono a una colazione di lavoro per discutere del programma degli spettacoli e quando chiesi di poter vedere il teatro dove avremmo dovuto esibirci, il direttore artistico mi rispose: «In questo edificio non abbiamo un teatro all’italiana. Lo spettacolo dovete farlo qui», e indicò il luogo in cui ci trovavamo: una chiostrina con balconcini e, nella parte bassa, tavolini e camerieri che salivano e scendevano continuamente, dato che la cucina si trovava al piano terra. Mi voltai verso i miei fratelli e dissi: «O qui ci rinnoviamo, o qui si muore».
Non potendo allestire lo spettacolo all’interno del nostro teatrino smontabile, per la prima volta mettemmo in scena Il gran duello di Orlando e Rinaldo per amore di Angelica tra i tavolini di un locale: i pupi prendevano vita sui balconcini, l’intero edificio diventava, di volta in volta, la corte di Carlo Magno, l’accampamento pagano, l’antro dell’inferno… e quando Malagigi pronunciava la formula magica che evocava Nacalone, il demone emergeva dal basso, avvolto dalle fiamme che sprigionavo con la pece greca.
Fu in quell’occasione che compresi davvero la forza del Teatro dei pupi “a scena aperta”; i fondali non erano quelli dipinti che usavamo nel piccolo boccascena, ma gli stessi luoghi che diventavano reggia, bosco, accampamento. Quell’esperienza fu fondamentale per la trasposizione dalla piccola alla grande scena, che avrebbe poi caratterizzato i miei spettacoli fuori dal teatrino di Palermo, sui grandi palcoscenici d’Europa e d’oltreoceano. Da allora ho continuato a pensare che il teatro non vive soltanto dentro l’edificio costruito tradizionalmente per accoglierlo. A volte è il luogo stesso a suggerire la drammaturgia, a imporre il ritmo, le entrate, le apparizioni, le distanze, persino il modo in cui il pubblico deve guardare, ascoltare e partecipare.
Quest’anno la 43ª edizione de “La Macchina dei Sogni” avrà come tema il mare. Racconteremo di naufraghi, di emigrati, di popoli in fuga dalle guerre e dagli assedi; ma parleremo anche
della speranza di approdare in terre di pace, dove sia ancora possibile immaginare un futuro.
Anche qui, nell’atrio dell’ex Tonnara Florio, non esiste un teatro vero e proprio. Eppure il luogo stesso è già teatro. Per secoli, in queste acque, si è consumato il duro e necessario rito della pesca dei tonni, creature migranti, colpevoli soltanto di attraversare il Canale di Sicilia seguendo rotte antiche, precedenti a ogni confine tracciato dagli uomini. Lo stesso accadeva per la pesca del pesce spada, praticata proprio nel periodo della riproduzione, quando la vita si esponeva nel suo momento più fragile e più sacro.
Il mio spettacolo sarà itinerante: si snoderà tra palcoscenici, pupi, macchine sceniche e musica dal vivo. Non ci saranno sedie, perché il pubblico non starà fermo davanti a una scena, ma seguirà i movimenti della rappresentazione. In fondo, il teatro è sempre stato questo: un’esperienza condivisa, un rito comune tra chi mostra e chi guarda, tra chi agisce e chi testimonia.
Normalmente il pubblico assiste agli spettacoli di sera, quando il buio isola la scena dal resto del mondo. Io, invece, desidero che la rappresentazione cominci nel tardo pomeriggio e si concluda al tramonto, non per semplice suggestione, ma per restituire al teatro qualcosa della sua origine: il rapporto diretto con la luce naturale, con l’aria, con il cielo, con la comunità riunita in uno spazio aperto attraversato dal respiro del mare. Il calare del sole diventerà parte della drammaturgia: accompagnerà il cammino dei naufraghi, degli esuli, dei popoli in fuga, fino a trasformare il tramonto non in una fine, ma nella soglia di un possibile approdo.
IL CUNTO – dal Medioevo ai giorni nostri
di Mimmo Cuticchio
Innanzitutto è importante precisare che la parola cunto, in siciliano, significa semplicemente “racconto”.
I narratori che diffondevano le chansons de geste al tempo dell’impero di Carlo Magno, tra l’VIII e il IX secolo, erano chiamati cantari o cantori. Essi raccontavano soprattutto le lotte tra i Baschi di Spagna e i cristiani guidati da Carlo Magno.
Intorno all’anno Mille, Papa Urbano II indisse la Prima Crociata. Ogni buon cristiano era chiamato a unirsi agli eserciti guidati dai principi feudali – come Goffredo di Buglione – per combattere contro gli infedeli e liberare il Santo Sepolcro a Gerusalemme.
In questo contesto emerse una nuova figura di narratore: Turoldo. Non sappiamo con certezza se il copista che firmava l’opera fosse anche colui che narrava oralmente la storia.
Questo tipo di narrazione assumeva anche il valore di propaganda religiosa e bellica. Ogni cristiano, giovane o anziano, persino chi aveva commesso peccati, poteva partecipare all’impresa crociata. Il premio promesso era il perdono totale dei peccati e una porzione delle conquiste ottenute.
Nel corso dei secoli si diffusero differenti figure di narratori che utilizzavano la parola sia come significato sia come significante, unendo parola, ritmo e musicalità. Tra il latino medievale e il volgare italiano, che culminerà con Dante Alighieri, si svilupparono cantilene e forme metriche che univano parola e musica. Questi narratori venivano chiamati bardi, rapsodi e menestrelli.
Intorno al XIV secolo si affermò la figura di un cantore o rapsodo toscano: Andrea da Barberino; tra le sue opere più celebri vi è il Guerrin Meschino, che racconta la storia del giovane principe Guerrino rapito dai Saraceni e venduto come schiavo quando era ancora in fasce. Dopo trentadue anni di viaggi e ricerche in giro per il mondo, Guerrino ritrova finalmente i suoi genitori nelle prigioni del palazzo reale di Durazzo.

Intorno al XVI secolo nacque una nuova figura popolare: il cantastorie. Per mezzo della parola e del canto questi narratori denunciavano i delitti e le ingiustizie spesso commessi dagli stessi nobili che emanavano le leggi per impedirli. Uno degli esempi più celebri è il tragico caso della Baronessa di Carini, la giovane Laura Lanza, figlia del potente barone Don Cesare Lanza, che fu uccisa nel castello di Carini perché accusata di una relazione amorosa con Ludovico Vernagallo. Non fu l’unico episodio di violenza nobiliare dell’epoca. Tra la Sicilia e Napoli emerse anche la figura del principe Carlo Gesualdo, appartenente a una delle famiglie più illustri d’Italia. Uomo profondamente religioso, amante della musica e celebre compositore di madrigali, Gesualdo è ricordato per il suo straordinario contributo alla musica del tardo Rinascimento. La sua vita, però, fu segnata da un tragico episodio: tradito dalla moglie Maria d’Avalos con Fabrizio Carafa, Duca d’Andria, Carlo Gesualdo non mostrò alcuna pietà. Una notte, accompagnato da uomini armati di archibugi, pugnali e alabarde, sorprese i due amanti ancora a letto e li fece assassinare.
Mentre si affermava questa nuova figura di cantore popolare, le storie della tradizione orale dei contastorie dei bardi e dei rapsodi continuavano a circolare nelle piazze e nei mercati. Successivamente questi racconti giunsero anche nei salotti aristocratici, dove vennero riletti in poesia da autori come Matteo Maria Boiardo, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso. In questo modo le antiche storie epiche e cavalleresche continuarono a vivere sotto una nuova forma letteraria e poetica, destinata soprattutto ai ceti nobiliari.
Nel 1604 lo scrittore spagnolo Miguel de Cervantes rifletté proprio sulla sopravvivenza di quei racconti cavallereschi che, nonostante il passare dei secoli, continuavano ancora a influenzare l’immaginario collettivo. Per questo motivo Cervantes scrisse il Don Chisciotte della Mancia, opera che racconta le avventure dell’ultimo cavaliere errante e del suo fedele scudiero Sancho Panza. Attraverso l’ironia e la critica, l’autore mette in discussione il mondo cavalleresco e i valori eroici tramandati dal Medioevo.
A questo punto è importante sottolineare un particolare significativo tanto per il cunto dell’epica cavalleresca quanto per la tradizione dell’Opera dei Pupi: nel secondo volume del Don Chisciotte, i protagonisti, durante il loro infinito peregrinare, si fermano in una locanda dove, proprio quel giorno, era giunto un teatrino girovago di títeres guidato da Maese Pedro.
Don Chisciotte e Sancho assistono a uno spettacolo che rappresenta una vicenda del ciclo carolingio: Carlo Magno rimprovera il genero Gaifero perché, invece di partire per salvare la moglie Melisendra, prigioniera dei Mori in una torre, trascorre il tempo giocando a scacchi con il paladino Orlando. Alla fine Gaifero decide di partire, riesce a liberare Melisendra e fugge a cavallo insieme a lei.
Durante la fuga, però, i soldati pagani si lanciano all’inseguimento dei due protagonisti. Don Chisciotte, assistendo alla scena, non riesce a sopportare che tanti guerrieri attacchino un solo cavaliere. Convinto che la vicenda sia reale, si alza improvvisamente e assale le marionette con la sua spada, distruggendo il teatrino e mandando in pezzi scenografie e pupi. Questo episodio dimostra quanto fosse ancora vivo, nell’immaginario popolare europeo di quegli anni, il fascino dell’epica cavalleresca e delle storie carolinge, le stesse che in Sicilia troveranno nuova vita nella tradizione dell’Opera dei Pupi.
È anche possibile che Cervantes abbia concepito questo episodio dopo aver letto l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, opera che aveva ormai raggiunto enorme fama nei salotti europei.
E non bisogna dimenticare che nel Don Chisciotte della Mancia il prete, la nipote e il barbiere decidono di bruciare tutti i libri cavallereschi appartenenti alla biblioteca dell’hidalgo, ritenuti responsabili della sua follia. Tuttavia vengono risparmiati soltanto due libri: l’Amadigi di Gaula, considerato il più importante romanzo cavalleresco della tradizione spagnola, e l’Orlando Furioso, che Cervantes afferma debba essere letto in lingua italiana e ad alta voce.
Un particolare molto significativo riguarda inoltre la descrizione del combattimento tra Don Chisciotte e i “pupi” del teatrino di Maese Pedro. Il modo in cui il cavaliere colpisce, decapita e abbatte le marionette sul palcoscenico ricorda sorprendentemente il modo in cui ancora oggi, nella tradizione siciliana dell’Opra, i pupi combattono, le teste saltano, i corpi si spaccano in due e i guerrieri muoiono in scena. Questo dettaglio dimostra la straordinaria continuità tra la cultura cavalleresca europea e il teatro popolare siciliano.
L’idea che Miguel de Cervantes possa avere visto in Sicilia uno spettacolo dell’Opera dei Pupi è una mia personale ipotesi. Cervantes partecipò infatti alla Battaglia di Lepanto, rimase ferito a una mano da un colpo di archibugio e fu portato a Messina per essere curato. Mi sono sempre chiesto se durante quel soggiorno non abbia potuto assistere a uno spettacolo di pupi che raccontava le storie di Carlo Magno e delle guerre contro i Saraceni. Non esistono prove storiche che lo confermino, tuttavia questa idea nasce dalla straordinaria precisione con cui Cervantes descrive, nel Don Chisciotte, il combattimento contro i “pupi” del teatrino di Maese Pedro.
Alle soglie del XVIII secolo, il mondo europeo stava profondamente cambiando, almeno nelle grandi città del Nord. Nascevano fabbriche, fonderie, industrie e ferrovie; si sviluppavano nuove vie di comunicazione e nuove forme di produzione legate alla modernità industriale. Nel Meridione e nel Regno delle Due Sicilie, invece, la società rimaneva prevalentemente agricola e legata alle attività tradizionali. Si coltivavano grano, canna da zucchero, carciofi, nespole e fichi d’India, mentre molte comunità continuavano a vivere di pesca e agricoltura. Le infrastrutture moderne erano poco diffuse: mancavano grandi strade, porti adeguati e reti ferroviarie. Gli spostamenti avvenivano principalmente attraverso mulattiere e percorsi locali. Viaggiare era un privilegio riservato soprattutto ai grandi proprietari terrieri e alle famiglie aristocratiche.
Però esistevano anche gli zavorrieri, uomini che con le barche raccoglievano la sabbia dai fondali marini per la costruzione delle case. C’erano le miniere di zolfo che davano lavoro persino ai carusi, bambini costretti a lavorare in condizioni durissime. Esistevano inoltre i luoghi dove si lavorava il carbone, così come racconta Otello Profazio in una sua celebre canzone nella quale, dopo avere elencato tante necessità e fatiche del popolo, conclude ironicamente con l’espressione: “Qui si campa d’aria”. Sia detto con ironia, perché la Sicilia era ed è una terra di grandi sacrifici e profonde contraddizioni.
Non dobbiamo però dimenticare che proprio in quegli anni il culto delle storie dei Paladini di Francia, almeno a Palermo e in diversi paesi dell’entroterra siciliano, continuava ad essere vivo e raccontato.
A parlarcene è Giuseppe Pitrè, autore dei celebri volumi dedicati agli usi, ai costumi e alle tradizioni popolari siciliane. Grazie ai suoi studi sappiamo che il popolo distingueva chiaramente le diverse arti della narrazione.
I cantastorie, infatti, erano narratori ambulanti che giravano per piazze e mercati raccontando e cantando fatti realmente accaduti, episodi di cronaca e avvenimenti dell’attualità, accompagnandosi con la chitarra e mostrando cartelloni dipinti con le scene dei fatti raccontati.
Quelli che invece narravano il ciclo carolingio e le storie cavalleresche venivano chiamati cuntisti, proprio perché professionisti del cunto cavalleresco. Come i griot africani, erano vere e proprie biblioteche viventi: attraverso la parola custodivano e trasmettevano storie che, in molti casi, non erano ancora state fissate dalla scrittura.
Il loro sapere viveva nella memoria, nella voce e nel ritmo del racconto. Viveva nella capacità di tramandare oralmente, dagli antenati ai discendenti, interi mondi epici e popolari.
Per facilitare la classificazione di queste arti narrative, Giuseppe Pitrè concludeva che i narratori di cronaca e di fatti realmente accaduti venivano chiamati cantastorie, mentre coloro che raccontavano le vicende dei paladini e del ciclo cavalleresco erano detti cuntisti.
Adesso mi chiedo: sono davvero un cuntista?
Non posso affermarlo del tutto, perché non racconto soltanto storie epico-cavalleresche. Ma, allo stesso tempo, non mi sento neppure un cantastorie nel senso più tradizionale del termine.
Mi riconosco di più nella parola contastorie, perché dentro questo termine sento una libertà più ampia: la possibilità di attraversare racconti diversi, memorie popolari, cronache, epiche e visioni. E forse, pensando ai miei allievi – che ho sempre definito “attori narratori” – posso chiamarmi anch’io così: un attore narratore. Un narratore che usa il corpo, la voce, il ritmo e la parola per dare vita alle storie.
Un narratore che attraversa il teatro, il cunto e la memoria popolare senza confini rigidi, lasciando che ogni racconto trovi la propria forma e il proprio respiro.




Bando di concorso per la
progettazione e realizzazione
dell’immagine grafica ufficiale
del Festival
La Macchina dei Sogni
43esima Edizione 2026
Racconti di Mare
In occasione della 43ª edizione del Festival “La Macchina dei Sogni”, per la prima volta la Direzione Artistica ha promosso un bando rivolto agli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Palermo con l’intento di coinvolgere attivamente le nuove generazioni nella costruzione dell’immaginario visivo del Festival.
La partecipazione è stata ampia e ha offerto una varietà di interpretazioni sul tema Racconti di mare, confermando la sensibilità e il talento delle giovani artiste e dei giovani artisti coinvolti.
Tra le opere presentate, il lavoro di Gaia Chiarenza è stato individuato dalla Commissione come il più meritevole per l’immediatezza dell’immagine, la coerenza con il tema proposto e la capacità di evocare, attraverso un linguaggio poetico e contemporaneo, il mare come spazio di viaggio, immaginazione e scoperta. Nel corso della definizione dell’identità visiva complessiva del Festival, la Direzione Artistica ha successivamente ritenuto opportuno adottare per la comunicazione ufficiale un’immagine storica di autore ignoto, ritenuta maggiormente rispondente alle specifiche esigenze narrative, progettuali e comunicative dell’edizione 2026 e più strettamente legata alla identità visiva e alla storia della manifestazione.
La Direzione Artistica desidera esprimere il proprio apprezzamento a Gaia Chiarenza e a tutti gli studenti che hanno partecipato – Alessio Agosta, Benedetta Barraco, Alessandro Pio Bonanno, Carolina Clemenza, Sonia Compagno, Zaira Crisanti, Stefano Di Fiore, Gabriele Girelli, Adele Marcianò, Eleonora Mogavero, Irene Orlando, Sofia Maria Rodo, Francesca Paola Tagliavia e Genny Travali – per avere contribuito, con il loro talento e la loro generosità creativa, ad arricchire il percorso della 43ª edizione de “La Macchina dei Sogni”.

Gaia Chiarenza (Palermo, 2000) si è laureata con lode in Disegno Industriale presso l’Università degli Studi di Palermo. Frequenta il Biennio in Design Grafico e Comunicazione Visiva dell’Accademia di Belle Arti di Palermo. Durante il suo percorso formativo ha studiato presso l’Instituto Politécnico de Viana do Castelo, in Portogallo, nell’ambito del programma Erasmus+, e ha svolto un tirocinio
presso Alkemica, agenzia di comunicazione e marketing. La sua ricerca si muove tra design, illustrazione e comunicazione visiva, esplorando le possibilità narrative dell’immagine e il rapporto tra racconto, immaginazione e contemporaneità.
La Tonnara Florio
Affacciata sul mare dell’Arenella, la Tonnara Florio è uno dei luoghi più suggestivi della storia industriale e marinara di Palermo. Acquistata nel 1829 da Vincenzo Florio senior, divenne presto il fulcro di una moderna attività legata alla pesca e alla lavorazione del tonno, contribuendo in modo decisivo alla crescita economica della famiglia Florio e allo sviluppo della città.
La tradizione della pesca del tonno in Sicilia affonda le proprie radici nell’antichità. Ogni anno, durante il passaggio dei tonni lungo la costa, i tonnaroti, guidati dal rais, davano vita alla celebre mattanza: un antico rito collettivo fatto di tecnica, fatica e profondo legame con il mare. A scandire il lavoro dei pescatori erano i canti tradizionali della cialoma, che accompagnavano le diverse fasi della pesca creando un’atmosfera intensa e carica di suggestione.
Nel corso dell’Ottocento, Vincenzo Florio affidò all’architetto Carlo Giachery il restauro e l’ammodernamento dell’intero complesso. Furono così realizzati nuovi magazzini, spazi destinati alla lavorazione delle reti e delle imbarcazioni, oltre al grande mulino per la avorazione del sommacco, pianta impiegata nella concia delle pelli.
La tonnara assunse così l’aspetto di un vero centro produttivo all’avanguardia per l’epoca. Accanto agli edifici industriali sorse, nel 1844, la celebre Casina dei Quattro Pizzi, elegante dimora in stile neogotico destinata ad accogliere ospiti illustri, sovrani e personalità dell’epoca. Un tempo il mare arrivava fino alla residenza, rendendo questo angolo della costa palermitana uno dei più affascinanti e raffinati della città.
Durante la Seconda guerra mondiale la tonnara subì gravi danni a causa delle occupazioni militari e dei bombardamenti. Nonostante ciò, il complesso conserva ancora oggi il fascino di una memoria profondamente intrecciata alla storia dei Florio, al mare e alle antiche tradizioni della Sicilia.




