Via alla homepage Associazione Culturale Figli d'Arte Cuticchio  
 
Mimmo CuticchioVen 10 Luglio - ore 11:30 / 16:30
Sab 11, Dom 12 Luglio - ore 10 / 12 / 16 / 18

Tra pupi e cunti per incontrare Pitrè
percorso ideato da Mimmo Cuticchio

Attori / narratori
Santa Buttaci, Salvino Calatabiano, Librante Dino Costa, Tiziana Cuticchio, Heidi Mancino, Isabella Messina, Salvatore Ragusa, Gruppo di Musica Popolare Cialoma

Il Festival si propone di rianimare e vivificare le “meraviglie” riposte nelle teche, trasformando le stanze del Museo in una sorta di “arsenale delle apparizioni” di pirandelliana memoria. All’esterno del Museo saranno invece allestiti spazi dedicati agli spettacoli dell’Opera dei Pupi, al cunto, al teatro di figura e di narrazione, ai laboratori degli artigiani e all’animazione per i bambini.
Seguendo la sua tradizionale vocazione, La Macchina dei Sogni coinvolgerà attori e pubblico in una grande festa del teatro di figura e di narrazione, che per sua natura invita lo spettatore ad essere parte attiva nell’elaborazione delle storie, arricchite e completate dall’immaginazione. A fianco degli spettacoli, diversi artigiani realizzeranno alcune opere in sintonia con quelle presenti nella collezione del Museo.

Tenendo conto che le prime quattro stanze del museo raccolgono “i mestieri”; che le quattro successive conservano modellini e stampe dei venditori ambulanti;  che le ultime ospitano il nucleo originale della collezione Pitrè (carretti, carrozze, diversi pupi), la “Macchina”  prova ad immaginare che l’intero patrimonio esposto acquisti vita propria, e una capacità di “raccontarsi” attraverso la musica, i testi poetici e documentari. Gli interventi degli attori, pensati come “apparizioni”, avranno lo scopo di riscoprire e rivalutare le radici della cultura siciliana.
Ogni racconto sarà legato alle storie che Giuseppe Pitrè aveva raccolto e pubblicato nei 25 volumi stampati tra il 1841 e il 1913, anche se offrirà spazio alla divagazione e all’approfondimento. Gli spettatori divisi in gruppi ascolteranno, secondo un programma definito, il racconto di aneddoti, fatti e avvenimenti accaduti, ma potranno anche lavorare di fantasia secondo la personale esperienza e le proprie conoscenze.

Danze e contradanzeDom 12 Luglio - ore 19:00-23:00

Danze e Contradanze
Associazione Culturale Tavola Tonda
Compagnia Cialoma - Palermo

Le feste a bballu nella tradizione contadina salutavano la fine di un ciclo di lavoro, ed erano l'occasione per la comunità di riunirsi, dimenticare la stanchezza e prepararsi a una nuova stagione.
Oggi vengono riproposte dalla Scuola Popolare di Danza e Musica di Tavola Tonda come una gioiosa festa, con gli insegnanti della scuola sul palco ad eseguire brani della tradizione popolare siciliana per danzare tutti assieme guidati dai docenti di Danze Tradizionali.
Sul palco si intrecceranno le melodie della fisarmonica con le note del flauto traverso, dell'ottavino e della chitarra. I ritmi dei tamburelli e la potenza della zampogna inviteranno i più riottosi almeno a battere i piedi…
Balleremo insieme, quindi, seguendo un percorso che andrà dai cerchi di scottish e polke figurate, al ballettu messinese, fino alla “sudatissima” contraddanza finale.
I neofiti saranno introdotti alla scoperta delle danze e guidati nei passi, durante la festa, dai docenti di Tavola Tonda.

Malvizia - laboratorio per bambiniVen 10, Sab 11 Luglio - ore 16:30-18:30

Malvizia
Atelier La Lucciola – Palermo

I bambini, da sempre, giocano e animano bambole, soldatini, pupazzi. Li fanno camminare, parlare, agire all’interno di storie inventate o già ascoltate. Questo loro gioco spontaneo è teatro, primario, originale, fatto con oggetti e figure ai quali i piccoli sono affezionati e su cui proiettano la loro immaginazione. Nel percorso di ricerca artistica dell’Atelier La Lucciola, i bambini e il loro mondo, tanto complesso quanto semplice, sono parte essenziale dell’attività. La loro capacità di trasfigurare la realtà che li circonda, filtrata e rielaborata dal loro immaginario, è naturale quanto sorprendente.  Il racconto della fiaba Malvizia, che fa parte del corpus favolistico trascritto dal Pitrè, farà da pretesto e stimolo alla fantasia, tradotta e trasposta in disegni. Ma questo è solo il primo passo; seguirà infatti la realizzazione di quegli oggetti che i bambini riterranno necessari, fino ad animarli con la tecnica del teatro di figura. Gli oggetti costruiti potranno essere utilizzati in seguito, rinnovando il ricordo di questa singolare esperienza vissuta.

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Museo Pitrè - esposizioneVen 10, Sab 11, Dom 12 Luglio - ore 11:00-13:30 / 16:00-19:00

Artisti, artigiani e gli oggetti d'uso come narrazione

Sin dalle prime edizioni de La Macchina dei Sogni, gli artigiani e il loro mondo hanno avuto un ruolo importante tra le collaborazioni e le attività che promosse dai Figli d’arte Cuticchio. La prima edizione, che accostava gli spettacoli di teatro all’attività di pittori, scultori, costumisti e sbalzatori di metallo, risale al 1986. Da allora, quando gli spazi lo consentivano, la presenza degli artigiani ha arricchito e valorizzato il programma del Festival. Burattinai, pupari, attori, cantastorie, contastorie hanno incontrato gli artigiani che lavoravano il legno, il cuoio, la cartapesta, la ceramica. Il Festival è diventato un grande contenitore d’arte, dove artigiani, uomini di spettacolo e pubblico incrociavano il lavoro quotidiano dell’artista, in una dimensione di spazio “a misura d’uomo”, dove fosse possibile passeggiare, sentire il profumo di zagara e gelsomini, ascoltare le storie, vedere mani plasmare e modellare la materia. Questa nuova edizione, ambientata al Museo Pitrè, dove sono custoditi i mestieri e gli oggetti a loro connessi, non poteva prescindere dalla presenza dell’artigianato artistico. Ma cosa è cambiato duecento anni dopo Pitrè? Qual è il valore dell’artigianato d’arte oggi? L’oggetto realizzato a mano racconta ancora l’identità di una cultura, testimonia il gusto del tempo?

Ecco, dunque, che La Macchina dei Sogni dedicata a Giuseppe Pitrè mette a confronto gli oggetti degli antichi mestieri con i manufatti realizzati oggi, nel tentativo di capire che valore possieda oggi l’artigianato d’arte, se abbia ancora il merito di esprimere l’ingegno artistico, come avvenne ad esempio con il Liberty, e se e quanto gli oggetti d’uso, oggi come ieri, contribuiscano alla formazione del gusto. Gli artisti/artigiani presenti daranno dimostrazione delle diverse tecniche di lavoro, riproducendo l’atmosfera delle proprie botteghe. Gli spettatori potranno ammirare le creazioni al tornio, le pitture su vetro, lo sbalzo dei metalli, i decori delle ceramiche, le pitture dei carretti, le produzioni di strumenti musicali e ancora l’esecuzione di merletti e ricami, la realizzazione di costumi per il teatro dei pupi, i giocattoli.

Bozzetto per la mostra di Enrica MalloVen 10, Sab 11, Dom 12 Luglio - ore 9:30-18:30

La vita a Palermo duecento e più anni fa
Vastasate, Casotti, Tutui e Opra dei Pupi

L’Accademia di Belle Arti, attraverso la Scuola di scenografia guidata da Fabrizio LupoValentina Console, ricostruisce in questa mostra i tre ambiti del Teatro popolare che hanno caratterizzato la cultura siciliana e che Pitrè documentò durante la sua incessante attività di raccolta delle tradizioni dell’Isola. Analizzati nel contesto di due secoli nella città di Palermo, ecco quindi i Casotti e la nascita delle Vastasate, il Teatro dei Pupi dalle origini sino ad oggi e, riunite in un unico settore, le varie forme del teatro popolare di strada.
In Sicilia, nell’ultimo ventennio del ‘700, nacque una nuova cultura teatrale in alternativa all’ormai fatiscente modello della festa feudale. L’isola conobbe allora una mole imponente di esibizioni, mostre e avvenimenti, anche in linea con manifestazioni analoghe in altre parti d’Europa. Così Palermo praticò l’arte da fiera come si faceva a Parigi. Le fiere e i piccoli teatrini di legno (casotti), costruiti ai margini della città, divennero rifugio per gruppi itineranti di uomini i cui mestieri, pur non appartenendo alla cultura dominante né alle culture subalterne, assorbirono le forme di entrambe. In Sicilia attecchirono tutte le forme spettacolari caratteristiche del teatro italiano, ma con modalità originali. Il melodramma, i primattori e il circo trovarono un’accoglienza a termine, mentre si radicarono in forme di spettacolo analoghe ma peculiari, le vastasate e il teatro dei pupi, che divennero così l’anima della sicilianità teatrale, a livello pratico e culturale.
Seguendo il filo delle ricerche di diversi studiosi – Claudio Meldolesi, Carmelo Alberti, Guido Di Palma, Giovanni Isgrò – si può concludere che la vastasata e l’Opera dei pupi (l’opra) furono generi assai diversi, e che proprio questa diversità fece sì che vera meta del periodo non fosse la «riuscita» di un teatro particolare, bensì l’affermazione di un professionismo scenico al tempo stesso culturalmente dignitoso e socialmente integrato.
Purtroppo sono andati perduti i decreti che regolavano la vita dei Casotti. Rimane tuttavia un memoriale (A.di S. Pa busta 5260, 17 dicembre 1789) che ne riassume sinteticamente le norme: i Casotti dovevano essere amovibili, costruiti in legno, con un massimo di quattro palchi; per il resto erano permessi solo corridoi aperti. Le rappresentazioni consentite erano commedie all’improvviso e, ovviamente, altri tipi di spettacoli “foranei”. Il numero dei Casotti che potevano essere costruiti stagionalmente variava a seconda delle necessità stabilite dal Capitano di Giustizia. Solo intorno alla fine del 1700, il re decretò che, per non ingombrare le pubbliche piazze, il numero dei Casotti doveva essere limitato ad uno, solamente. Altri documenti raccolti grazie al paziente lavoro di Giovanni Isgrò,  mostrano come la struttura di questi Casotti ha poi raggiunto la dimensione di un teatro di notevoli dimensioni, con ben 33 palchi, anche se sempre aperti e distinti da quelli dei teatri in muratura frequentati dalla nobiltà. La fine di questa epopea, durata circa mezzo secolo, è segnata dalla costruzione, grazie alla benevolenza della corte Borbonica, di veri e propri teatri destinati alla cultura popolare, realizzati nella zona della Marina che aveva ospitato i Casotti.
Parallelamente si svilupparono i teatrini dell’Opera dei Pupi, un genere di spettacolo che vide, nel corso del XIX secolo, uno sviluppo esponenziale, e che, grazie al successo raggiunto nei quartieri di tutta la città, superò tutte le altre forme di teatro popolare ed esiste ancora oggi.
Ricostruzione di un casotto

A cura di Fabrizio Lupo e Valentina Console
Consulenza scientifica Giovanni Isgrò e Mimmo Cuticchio
Coordinamento Alessia D'Amico

Il Teatro dei Pupi
Floriana Chilà, Claudia Giurintano, Maria Pedone, Rosalia Riccobono

Il Teatro del "Sarto": dalle Cantine al palcoscenico
Martina Brancato, Alessandro Ferdico, Elisa Massara

Il Teatro popolare di strada: Cantastorie, Poeti di strada, Triunfisti e il "Cunto"
Giusi Di Girolamo, Agata La Rosa, Sandra Lombardo, Chiara Orilia, Simone Scarpinato

I Casotti alla Marina: nascita delle Vastasate
Filippo Costagliola, Francesca Greco, Andrea Melluso, Simona Patinella

Allestimento mostra e modello della Marina '700
Roberta Ganci, Gabriele Genova, Marco Guzzardi, Enrica Mallo

Ricostruzione pianta del quartiere Capo anni '40
Simona Accurso, Innocenzo Mancuso

Si rigraziano Ninni Truden, Gaetano Basile, Ludovico Caldarera, Melino Imparato

Il grande lavoro di Pitrè
di Giovanni Isgrò
L'omaggio rivolto da La Macchina dei Sogni a Giuseppe Pitrè nella ricorrenza del primo centenario dalla sua scomparsa non poteva trovare sede più appropriata dell'area del Museo che porta il suo nome.
La cattedra di “Messinscena teatrale e urbana” dell'Università di Palermo si associa al progetto di Mimmo Cuticchio che si attuerà, con la partecipazione di Fabrizio Lupo e dell'Accademia di Belle Arti,  in questa edizione del Festival e, in una forma ben più complessa e articolata, nell’edizione 2016, l'anno del centenario appunto.
Già circa 15 anni fa, insieme a Mimmo Cuticchio, avevo elaborato un progetto per il Festino. Si trattava di ridare voce, fra le altre cose, ai casotti delle vastasate di Piazza Marina, all'arte del contastorie, e alla memoria stessa dell'epopea dell'opera dei pupi. Una stagione straordinaria, quella a cavallo fra Sette e Ottocento, che ha segnato l'inizio della storia del teatro siciliano nella sua configurazione di teatro popolare; espressione autentica della temporalità autonoma e dell'identità del nostro teatro. E spettacolo originale in effetti fu quello degli artigiani/attori di Palermo protagonisti della farsa palermitana tardo settecentesca, vero e proprio contrappeso alla “pulcinellata” napoletana e agli spettacoli  foranei importati, centro d'attrazione di masse di spettatori che finalmente conquistavano il diritto alla scena, anche se gli spettacoli delle vastasate non mancarono di attrarre accademici e teatromani della fascia borghese.
Spentasi presto la bella stagione dei “vastasi”, osteggiata da un impresariato attratto dai profitti del teatro commerciale di matrice borghese, l'opera dei pupi nacque negli anni venti dell'Ottocento. Fu una sorta di révanche, nella quale si sintetizzarono il mestiere artigiano maturato nelle botteghe impegnate nella realizzazione dei carri trionfali, degli addobbi, delle macchine del Festino e delle altre forme di teatro festivo urbano e insieme ad essi il mestiere dei narratori/cuntisti.
Si trattò di una teatralità rivoluzionaria, ideologicamente espressa dal gesto pugnace dei paladini, coraggiosi dispensatori di giustizia.
Ed ecco l'anello che congiunge La Macchina dei Sogni con la memoria. La spettacolarità multipla dell'opra, con la sua virtualità aperta alle nuove invenzioni e alle visioni dei nuovi artisti artigiani, si collega agli orientamenti artistici del Festival.  In questo modo  il grande lavoro di Giuseppe Pitrè si intreccia col tempo di oggi, come a perpetuare l'idea di una cultura dello spettacolo che supera i limiti del tempo al riparo da spettacolismi fini a se stessi, mera esibizione di invenzioni sceniche che, per quanto gradevoli sotto il profilo estetico, ben poco hanno a che vedere con lo specifico culturale del nostra territorio del quale G. Pitrè è stato insigne ordinatore e promotore.
L'essenza dei Casotti non muore ma incessantemente si trasforma
di Fabrizio Lupo
Uno dei primi spettacoli ai quali ho assistito quando ero ancora un giovane studente, si svolgeva in un piccolissimo scantinato adattato a teatro, “I Travaglini”, dove recitavano due attori, che in seguito avrei imparato a conoscere bene, Franco Scaldati e Luigi Maria Burruano. Il testo Attore con la O chiusa, alludeva al contrasto tra il teatro popolare e il teatro colto e segnava l’inizio di una stagione di rifondazione del palcoscenico palermitano. Scaldati, detto il “Sarto”, sarebbe diventato uno dei più grandi poeti del nostro '900, scrittore di testi teatrali che avrebbero segnato la rinascita di un filone di teatro popolare ma allo stesso tempo la nascita di un lavoro di ricerca, unito al sentimento popolare. Burruano lo vidi interpretare Nofrio al Piccolo Teatro. Entrambi si riferivano continuamente al Teatro dei Pupi, nelle movenze, nelle cadenze della recitazione, nell’uso di oggetti e di “pupiddi”. Ma, soprattutto, era lo spirito della Vastasata che sopravviveva grazie a loro e ad altri attori come Franchi e Ingrassia, a drammaturghi come Salvo Licata, a poeti da strada come Peppe Schiera, che nel corso del ‘900 hanno mantenuto vivo lo spirito ironico e dissacrante delle improvvisazioni delle Vastasate. In seguito, ebbi lo stupore di scoprire che “Travaglini” era il vecchio nome del Teatro Santa Lucia, oggi Teatro Bellini, quando vi si rappresentavano commedie per il popolo; che il Marotta, l'attore che alla fine del ‘700 inventò il personaggio di Nofrio, era di mestiere sarto; e che i Casotti si trovavano alla Marina, alla Kalsa, dove oggi fioriscono i Teatrini. Ma la scoperta più interessante la feci nel teatrino di via Bara, il “Santa Rosalia”, quando vidi i pupi di farsa continuare la tradizione dei canovacci nati nei Casotti della compagnia del Marotta, conservando i personaggi del Barone, di Lisa e continuando a creare nuovi caratteri e personaggi, riproponendo in un laboratorio, per niente estinto, le caratteristiche del teatro popolare palermitano: un sistema di morte e rinascita continuo.
Dobbiamo ringraziare il Pitrè e la sua paziente documentazione, e dobbiamo sempre continuare il suo lavoro di memoria del presente, affinché prosegua il continuo cambiamento e l’evoluzione dei caratteri, che videro la nascita nel felice secolo dei lumi e che ancora oggi vivono nei fantasmi dei personaggi di Scaldati detto il “Sarto”, ma anche sulle tavole dei “Teatrini dei Pupi”, che oggi si evolvono grazie alle sperimentazioni coraggiose di Mimmo Cuticchio. Quindi, il lavoro di osservazione di questo continuo morire e rinascere, va coltivato, osservato, documentato e soprattutto condiviso e diffuso.
Io e Valentina, con i nostri allievi, ci siamo posti nella condizione di due scenografi che devono ricostruire, per il cinema, un paio di secoli di storia del teatro popolare a Palermo, come se dovessimo far nascere un set che contiene Casotti, Teatrini dei Pupi, Baracche dei Tutui (burattini del tutto simili alle Guarattelle napoletane), ma anche edicolette votive dove i Triunfisti cantavano le Novene, e gli spiazzi, i giardini e gli alberi dove cuntisti e cantastorie, raccoglievano un pubblico di assidui spettatori in un mondo “meravigliosamente” senza rumorose automobili. Certo, oggi devi rinchiuderti in un teatro per trovare il silenzio che un tempo era possibile, io stesso mi sono scontrato con la difficoltà di ricostruire, per il Festinello del 2004, sedici Triunfi a Santa Rosalia davanti alle edicolette votive, un’impresa difficile nel caos odierno della modernità. Forse solo nel paradiso artificiale di un magico studio di posa potremmo ricostruire la memoria di una Palermo che non c'è più, ma che vive nella memoria, che abbiamo il dovere di difendere. Sicuramente possiamo ricostruirlo nei nostri sogni, aspettando pazientemente che la nostra città costruisca le sue “isole pedonali”.
La storia del teatro siciliano, un patrimonio da "riciclare"
di Valentina Console
 
Voglio partire da una frase di Mimmo Cuticchio per raccontare con quale spirito affronto questo progetto: “Ogni tradizione che non si rinnova è destinata a perire”. E mentre siamo al museo Pitrè per fare i sopralluoghi, penso a quante volte bambina venivo qui con i miei genitori ed a quanto di tutto ciò ritrovo oggi nel mio immaginario. Mi scantavo quando venivo qui al museo, mi prendeva quell’euforia che prende ai bambini quando si scantano. La vecchia dell’aceto con il gozzo, l’uovo con gli spilli, innumerevoli ex-voto, parti di corpi in cera ed in argento che mi terrorizzavano vivono ancora nella mia memoria. Ho portato mia figlia qui fin da piccola, perché anche lei si appropri del nostro passato. Ho studiato a Roma e lì ho iniziato a lavorare, quando sono tornata a Palermo mi sono sentita senza maestri e senza radici. Me ne sono riappropriata a ritroso, ho conosciuto prima il teatro contemporaneo siciliano e da lì ho seguito il filo che mi ha portato ad intuire cosa c’era dietro, cosa c’era dentro. Oggi è questo il sentimento che mi guida nell’insegnamento e nel mestiere teatrale: vorrei consegnare ai miei allievi, maestri da seguire, tradizioni da conoscere e superare, un patrimonio che è la storia di ognuno di noi e si chiama identità. Non c’è identità senza stratificazione di idee, la nostra società oggi è sensibile al tema del riciclare, ci siamo finalmente resi conto che il riutilizzo è il mezzo della rinascita, ecco, il riutilizzo della memoria è il tessuto della sperimentazione e dell’evoluzione.