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La Macchina dei Sogni 27ESIMA EDIZIONE
Pupi e opranti nel cinema •  8 / 30 Dicembre 2010  •  Palermo - Via bara all'Olivella
Presentazione Calendario Compagnie e Spettacoli Progetti
PROIEZIONI - INCONTRI - MOSTRE - CONVEGNI
Dall'epopea cavalleresca all'epopea filmica

Dopo il secondo conflitto mondiale lo stato generale di miseria aggrava la crisi dell’opera dei pupi che era già cominciata prima della guerra. Il lento e inesorabile sgretolamento della cultura popolare intacca il pubblico tradizionale delle città e alcuni pupari scelgono la strada dei “camminanti”. Giacomo Cuticchio è tra questi. La sua scelta gli permette di sfuggire allo smembramento dei “mestieri”. Per sostenere le famiglie numerose i marionettisti vendono i pupi, ma Giacomo preferisce l’incerta e avventurosa strada dell’artista che cerca il suo pubblico cambiando sempre le piazze. Nei paesi è più facile raccogliere il pubblico degli appassionati e così riesce a vivere del suo mestiere anche con una certa agiatezza. Comincia una lunga peregrinazione da Balestrate a Gela, poi a Trabia, Terrasini, S. Cipirrello, Corleone, Mezzojuso, Sutera, Campofranco, Cefalù, ecc. Tuttavia le cose non dovevano andare troppo bene perché nella prima metà degli anni Cinquanta Giacomo decide di sospendere la sua attività di oprante. Conserva il suo “mestiere” in un magazzino di Balestrate che aveva usato come teatrino e investe i suoi soldi comprando un proiettore ottenendo una licenza di ambulante e con un camion con tanto di autista, perché allora non guidava, organizza delle piccole arene in tutti i paesi che non avevano un cinematografo. I film erano quelli del catalogo “più buono moralmente ed artisticamente che esista in Italia” come scriveva “Vita Pastorale" nel gennaio del 1949, i mitici 16 mm della S. Paolo Film. Così Giacomo passa dall’epopea cavalleresca all’epopea filmica da Catene ad Abuna Messias, al piccolo ribelle ad Inquietudine alle storie dei palestrati Ursus e Macisti. In questo repertorio nazional-religioso-popolare circolava ancora il profumo dell’epopea e dell’avventura e in un certo senso Giacomo Cuticchio si manteneva così fedele alla sua vocazione di animatore di grandi storie.



Giacomo Cuticchio e il cinema viaggiante – mostra
In occasione dei 25 anni dalla morte (1917-1985)

Essendo il figlio maschio più grande, quando ero bambino mio padre mi portava sempre con lui, sia per insegnarmi il mestiere, sia per aiutarlo nella sua attività. A quei tempi era d’uso che i ragazzi aiutassero i propri genitori nelle botteghe artigiane, nel lavoro sui campi o sulle barche durante la pesca. Mio padre andava in giro per i paesini come oprante e, oltre ai pupi, caricava su strascini e carretti tutto l’occorrente necessario di una casa. La sosta in un paesino non durava meno di quattro mesi. E, come Enea che per salvare la sua gente dalle fiamme di Troia, si portò sulle spalle il vecchio padre Anchise e in braccio il figlioletto Ascanio, mio padre per sfamare la sua famiglia si spostava da Palermo portando con sé suo padre e me, che allora avevo sette-otto anni.
Lo seguiva anche qualche aiutante di palcoscenico, ma i giovani manianti e combattenti che lui istruiva a dovere, li trovava sul posto, perché in quel periodo erano tanti gli appassionati che, pur di stare sul palcoscenico dei pupi, avrebbero addirittura pagato un doppio biglietto d’ingresso. In alcune piazze c’era persino la fila di chi doveva fare l’aiuto del maestro oprante.
Era una consuetudine avere in sala solo il pubblico maschile, ma le donne, incuriosite e interessate, desideravano partecipare a qualche rappresentazione. Proprio per questo, in certi paesi mio padre metteva in scena delle storie per famiglie che venivano chiamate “serate speciali”. Si trattava di raccontare una storia unica che, sebbene lunga, si concludeva nella stessa serata. Le vicende, sembra ovvio ricordarlo, erano intrecci d’amore dove la protagonista, nella maggior parte dei casi, finiva per diventare martire o santa. Io queste rappresentazioni le ho viste tutte e nella mia memoria è ancora vivo il ricordo della partecipazione emotiva e la commozione delle spettatrici.
Avendo saputo che in alcuni paesini mio padre faceva anche il cinematografo, capitava spesso che alcune di loro, magari le più giovani, chiedessero a mio padre di proiettare qualche film. Mio padre aveva comprato un proiettore a passo ridotto, sedici millimetri sonoro, marca Ducato e aveva sperimentato l’attività del cinema ambulante nelle zone di villeggiatura di Giacalone, Bosco Ficuzza, Alcamo Marina e in alcuni quartieri popolari della periferia di Palermo come Torrelunga, Brancaccio, Immacolatella. Poi acquistò un secondo proiettore e d’estate, quando non lavorava con i pupi, andava in giro per i paesi allestendo il cinema all’aperto, che era altra cosa rispetto all’arena. Là dove arrivavamo, scaricavamo dalla nostra Balilla tutto l’occorrente, piazzavamo il proiettore su un tavolino al centro della piazza centrale, che mio padre sceglieva perché di solito aveva una buona acustica, fissavamo su un muro libero da porte e finestre un grande lenzuolo e proiettavamo la pellicola. Su un cartellone di legno appendevamo un bel manifesto, mentre io cercavo un ragazzo mio coetaneo e insieme a lui giravo tra i vicoli e le stradine annunciando il titolo del film, sottolineando che potevano assistere anche le donne e che non si pagava un biglietto ma una semplice offerta volontaria, e non tralasciando che chi voleva star seduto doveva portarsi la sedia da casa. Al tramonto, quando gli uomini rientravano dalla campagna, dopo avere mangiato, correvano verso la piazza alla ricerca del posto migliore per la visione del film. Già un’ora prima dell’inizio si vedevano arrivare i giovani con un carico di sedie sulle spalle, intenti ad assicurare i posti per tutta la famiglia. Quando finiva il primo tempo mio padre, usando la stessa cassettina che custodiva il trasformatore, girava per la sala e raccoglieva le offerte. Tutto avveniva velocemente, perché il secondo tempo doveva iniziare al più presto.
Mio padre già a quei tempi era iscritto all’Agis e questo gli consentiva di chiedere tutti i permessi necessari prima della proiezione, in primo luogo quello rilasciato dal Comune, poi quello dei carabinieri e, per ultimo, quello del parroco del paese, che doveva dare l’ultima approvazione.
A tal proposito, ricordo una serata in un paese nel quale stavamo proiettando un film molto atteso. La piazza era gremita di gente, più di tremila persone erano sistemate tra la grande piazza, sui balconi, nei muretti circostanti, alcuni persino aggrappati ai lampioni, quando giunse un anziano prete che, posizionandosi davanti al proiettore, intimò a mio padre di fermare la pellicola.
Io ero molto spaventato, perché questo prete cominciò a gridare a mio padre che non si doveva permettere di proiettare il film sulla parete della chiesa senza avergli domandato il permesso. Mio padre esibì tutte le autorizzazioni, gli disse che era venuto in chiesa per parlargli e che non lo aveva trovato perché era fuori paese e che pensava di ritornare il giorno successivo. Ma niente, non ci fu niente da fare, il prete continuava a ripetere che solo dopo avere visionato il libretto dei permessi ministeriali sulla pellicola, e solo dopo essersi assicurato che il film non era di dubbia moralità, avrebbe consentito la proiezione. Mio padre gli mostrò che era una pellicola della San Paolo Film, disse che si trattava di un film di cappa e spada, ma nulla, questi insisteva che non si poteva proiettare. Allora la gente comincio a rumoreggiare, perché si stava facendo tardi e tutti aspettavano la fine del secondo tempo, alcuni presero le difese di mio padre, compreso il sindaco, che era seduto tra gli spettatori, insomma stava finendo a Don Camillo e Peppone quando una famiglia, comodamente seduta sul proprio balcone di casa, gridò a mio padre di proiettare il film verso il muro della propria abitazione e così, detto-fatto, mio padre girò il tavolino, tutti si alzarono, girarono la propria sedia, e finalmente si poté proseguire nella proiezione, tra gli improperi del parroco che andò via minacciando denunce e scomuniche.
Il giorno successivo mio padre andò dai carabinieri e solo allora scoprì che il prete aveva avviato le pratiche per aprire una sala cinematografica, per questo la presenza di un cinema ambulante avrebbe sconvolto i piani di un prete che voleva cimentarsi in questa impresa.
Il cinema a passo ridotto in Italia si comincia a vedere intorno agli anni quaranta, quando era già ben sviluppato in America e nel nord Europa. Da noi solo più tardi e nelle grandi città cominciarono a spuntare i cineamatori che aprivano sale attrezzate, sia al chiuso sia all’aperto, presentando anche documentari di informazione, di cronaca, di politica, di cultura e spettacolo. Nei piccoli centri furono i preti che, per non disgregare i propri parrocchiani e soprattutto i ragazzi, cominciarono ad aprire le sale parrocchiali al cinema, per trattare problemi morali sociali e cristiani.
Il cinema ambulante che faceva mio padre veniva portato nei paesini più sperduti dell’entroterra siciliano, dove era difficile che la gente si sposasse e dove c’erano modeste risorse economiche.

Tra i materiali in mostra, oltre agli attrezzi tecnici necessari alla proiezione, presentiamo solo alcune delle centinaia di istanze di permesso che mio padre chiese nei paesini della provincia di Palermo, Trapani, Enna, Caltanissetta, Agrigento, e alcune pellicole italiane e americane che la mia famiglia conserva, ancora oggi, gelosamente.

Mimmo Cuticchio



Dal teatro al cinema, dal cinema alla scuola

Il progetto si propone di coinvolgere gli studenti direttamente a scuola, attraverso la proposta di alcuni filmati che documentano l’attività della compagnia Figli d’Arte Cuticchio. Un modo per far conoscere al pubblico giovane il cambiamento e la modernità del Teatro dei pupi, incontrando Mimmo Cuticchio e ascoltando le sue testimonianze di figlio d’arte.

Gli anni Settanta furono anni difficili per l’Opera dei pupi, poiché il pubblico tradizionale non c’era più. I figli di quei pochi opranti ancora in vita avevano cambiato lavoro, tutto lasciava presagire la fine di questa tradizione. Invece, in via Bara all’Olivella a Palermo, il 29 luglio 1973, andando contro corrente, Mimmo Cuticchio inaugurava il suo Teatrino. Appena alle spalle delle antiche mura cittadine, tra il Teatro Massimo e il Museo Archeologico Regionale, via Bara era un esempio del degrado cittadino. Aprire in quel luogo uno spazio per l’Opera dei pupi, fu un gesto coraggioso che permise a Cuticchio di prendere nelle proprie mani le sorti del Teatro dei pupi, per farlo rinascere rinnovandolo. Per non far morire la tradizione, egli ricomincia dalle macerie, puntando su un pubblico da ricostruire completamente, iniziando il suo viaggio dai ragazzi, andando a rappresentare gli spettacoli all’interno degli istituti scolastici di ogni ordine e grado a Palermo e nella provincia.
Il percorso è stato lungo e faticoso ma già alla fine degli anni Ottanta, il teatrino di via Bara aveva conquistato un suo pubblico. Molti spettatori erano quegli stessi giovani che Cuticchio aveva conosciuto in occasione di spettacoli e laboratori e che adesso, magari da insegnanti, portavano i loro alunni nel teatro di via Bara. A differenza dei “vecchi” opranti, gelosi custodi del “mestiere”, Cuticchio apriva la sua bottega e il suo teatro, mostrando il patrimonio di pupi, scene, cartelli, pianini a cilindro, macchine sceniche.
Il Teatrino di via Bara è oggi un punto di riferimento internazionale per l’Opera dei pupi e da settembre a maggio, quasi tutte le mattine, ospita bambini e ragazzi che assistono agli episodi della Storia dei paladini di Francia, tratti dagli antichi canovacci e riproposti come tradizione vuole.
Nel frattempo, la compagnia ha continuato a produrre nuovi lavori, che solo formalmente sembrano prendere le distanze dallo spettacolo classico. Sono rappresentazioni che si reggono sulla dialettica fra tradizione e innovazione, dove la musica entra alla pari di altre tecniche teatrali, e dove i pupi dialogano con gli attori, entrano ed escono dal teatrino, si muovono con manovra a vista nella grande scena. Carlo Gesualdo, principe di Venosa, Manon Lescaut, Don Giovanni, Aladino di tutti i Colori, Tancredi e Clorinda sono solo alcuni dei lavori rappresentati nei festival, nelle rassegne, in cartelloni teatrali e musicali, per migliaia di persone in tutta Europa, sebbene a Palermo siano stati proposti sporadiche volte, solo quando abbiamo potuto disporre di palcoscenici adeguati.
La Macchina dei Sogni, accogliendo il tema del cinema, si fa carico di portare nelle scuole tutta una serie di documenti video, assieme ai pupi nati specificamente per gli spettacoli per la grande scena, con l’obiettivo di descrivere il nuovo modo di rappresentare la tradizione dei pupi.
Sfruttando le potenzialità del video e lavorando contemporaneamente su due piani, quello narrativo e quello cinematografico, Mimmo Cuticchio mostrerà ai giovani del nuovo millennio analogie e differenze tra il suo teatro e quello della tradizione familiare, raccontando i motivi che lo hanno spinto a montare questi spettacoli.


Coordinamento lavori:
Prof. Giancarlo Sammartano
Università di Roma tre

Interverranno:

Dott. Giorgio Bruno Civello Direttore generale dell’Alta Formazione Artistica (AFAM) del Ministero della Pubblica Istruzione
Dott. Ninni Cutaia in rappresentanza del Dipartimento del Ministero dei Beni Culturali
M° Lorenzo Salveti Direttore dell’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”
Prof. Guido Di Palma delegato per il teatro di figura dell’ Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”
Prof.ssa Antonietta Sammartano Presidente dell’UNIMA Italia
Prof. Aurelio Angelini Presidente del Comitato Scientifico UNESCO - DESS
On. Mario Centrorrino Assessore Regionale alla Pubblica Istruzione
On. Giampiero Cannella Assessore alla Cultura del Comune di Palermo
Piero Corbella Grupporiani/Compagnia Carlo Colla di Milano
Roberta ColomboTeatro del Drago di Ravenna
Mimmo Cuticchio Scuola per pupari e Cuntisti di Palermo
Stefano Giunchi e Sergio Diotti Atelier delle figure/Scuola per burattinai – Cervia
Bruno Leone Scuola di Pulcinella di Napoli

Quale futuro per il Teatro di Figura – convegno

domenica 12 dicembre, ore 10-13 e 15-18
presso il Teatro/Laboratorio di via Bara all’Olivella a Palermo


Il futuro del teatro dei pupi costituisce un punto fermo della storia artistica di Mimmo Cuticchio e dell’Associazione da lui diretta. Nella consuetudine dell’artigianato popolare il mestiere è una ricchezza che si consegna da padre in figlio o da maestro ad allievo e già nel 1997, sotto l’egida del Comune di Palermo, Cuticchio formalizzava la prima Scuola per pupari e cuntisti, un progetto più impegnativo dei normali laboratori che l’Associazione promuove sin dalla sua costituzione. La Scuola veniva alla luce con i migliori auspici, poiché alla nascita del progetto contribuirono molte istituzioni teatrali italiane e straniere e diverse cattedre di Storia del teatro afferenti a varie Università italiane. Nel 2004 cominciò una collaborazione con l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica Silvio D’Amico, con la quale l’Associazione Figli d’Arte Cuticchio stipulò un protocollo d’intesa per la realizzazione di un “Corso di specializzazione in Opera dei pupi e cunto”, in seno alle attività didattiche della stessa Accademia. Dal 1997 ad oggi molti giovani, italiani e stranieri, hanno frequentato la nostra scuola, ma gli attestati loro rilasciati rimangono nei curricula degli stessi allievi, poiché non possono costituire titolo di studio. Stessa condizione hanno avuto altri corsi di formazione che, negli anni, sono stati realizzati nel resto della nostra penisola. Una novità di rilevanza storica per la cultura teatrale italiana è contenuta nel D.P.R. dell’8 luglio 2005, intitolato “Regolamento recante la disciplina per la definizione degli ordinamenti didattici delle Istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica”. Per la prima volta il legislatore si pone il problema della formazione nel teatro di figura e affida all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, unica scuola teatrale di stato italiana di livello universitario, la responsabilità di creare degli appositi corsi di diploma (triennale e specialistico) accanto a quelli per attori e registi. Dopo cinque anni di lavoro, un’equipe dell’Accademia ha elaborato un elenco di materie che si possono insegnare nelle scuole statali di teatro e la struttura essenziale di un corso di primo livello (ordinamento) per la formazione di operatori di teatro di figura. Con decreto del 3 febbraio 2010 n. 22, dopo più di un anno di silenzio, il ministro Gelmini ha pubblicato le declaratorie e gli ordinamenti che diventano così un punto di riferimento obbligato. In altre parole, se si trovano le risorse, dopo questo decreto è possibile creare una scuola di teatro di figura di livello universitario. Per questo l’Associazione Figli d’arte Cuticchio, con il patrocinio e la collaborazione dell’Accademia Nazionale d’arte Drammatica “Silvio d’Amico”, L’UNIMA Italia e l’UNESCO programma una giornata di studio e di riflessione con gli operatori del settore sulla didattica del teatro di figura. La ricchezza eterogenea e le profonde radici storiche dei numerosi generi di teatro di figura italiano non possono non integrarsi all’interno di un progetto didattico. Del resto, da quasi dieci anni l’UNESCO ha dichiarato il teatro dei pupi siciliani “Patrimonio immateriale dell’umanità” e ci pare essenziale rilanciare e ampliare il focus dell’attenzione sulle culture performative ancora presenti in Italia. Non solo i pupi, infatti, hanno una consolidata tradizione, andrebbero ricordate almeno le marionette, i burattini e le guarattelle. È necessario sostenere l’esistenza di questi generi di spettacolo offrendo un luogo istituzionale alla trasmissione dei loro saperi e favorirne anche lo studio storico e teorico. Il compito di un’istituzione didattica non può tuttavia limitarsi alla semplice conservazione. Il panorama del teatro di figura italiano è ricco di numerosi operatori e compagnie riconosciute dal Dipartimento dello Spettacolo del Ministero dei Beni Culturali, le cui esigenze sono cresciute e già da molto tempo si pongono il problema di formare le nuove leve. Alcune realtà consolidate sono già impegnate nella formazione, vista l’assenza di strutture in questo settore. Si tratta, dunque, di cercare un piano d’integrazione e di dialogo tra passato e presente, tra il teatro delle marionette, dei burattini, delle guarattelle, dei pupi e di tutte quelle esperienze che sono nate negli ultimi trent’anni e che hanno arricchito il panorama del teatro di figura italiano. L’obiettivo deve essere quello di integrare tradizione e ricerca, cercando di elaborare una piattaforma didattica attraverso la quale sia possibile formare delle competenze di base sufficienti per sostenere la creazione e lo sviluppo del teatro di figura italiano. Dobbiamo innanzitutto porci di fronte all’esistente e costruire un sistema di trasmissione dei saperi performativi, che sia in grado non solo di conservare, ma di dialogare con la modernità. È necessario, cioè, creare un luogo dove sia possibile costruire un confronto tra vecchio e nuovo e attraverso questo confronto rilanciare ciò che rimane delle tradizioni del teatro di figura e sostenere, in armonia al quadro europeo della formazione del teatro di figura, le nuove professionalità emerse dagli ultimi trent’anni di esperienze. Tutto questo sarà tema di dibattito domenica 12 dicembre – dalle ore 10,00 alle ore 13,00 e dalle ore 15,00 alle ore 18,00 – presso il nostro Teatro/Laboratorio di via Bara all’Olivella a Palermo.
 
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